La Cina interviene a difesa dell’Iran
di Andrea Costantino
E alla fine, la Cina parlò. Ma non lo fece come gli altri. Non alzò la voce, non minacciò, non convocò conferenze stampa drammatiche.
Disse poche parole, misurate, ma pesanti come piombo dichiarando la “profonda preoccupazione” di Pechino.
Il giorno prima, Pechino aveva lanciato un’allerta senza precedenti: “Lasciate l’Iran”.
Mentre Trump, tra un tweet e una buca da golf, parlava di “possibile coinvolgimento militare americano”, la Cina agiva.
Qui, il confronto tra la strategia trumpiana e quella cinese è da manuale di Sun Tzu: “La suprema arte della guerra è sconfiggere il nemico senza combattere”.
La Cina ha fatto di questo principio la sua dottrina geopolitica. Agisce quando gli altri parlano, parla quando gli altri attaccano, prepara quando gli altri improvvisano.
Pechino costruisce scenari su decenni, mascherando le sue intenzioni in azioni apparentemente neutrali, calibrate con pazienza millimetrica.
La dichiarazione di Xi non è solo un’esortazione alla pace. È un warning sistemico.
Dice al mondo: Noi ci siamo.

Già, perché mentre Xi parlava, qualcosa volava sopra le montagne dell’Asia Centrale.
Tre Boeing 747 cargo, tracciati da esperti analisti decollavano dalla Cina settentrionale.
Destinazione dichiarata: Lussemburgo. Rotta reale: Iran.
Quei voli portavano qualcosa. Materiale militare? Operativi speciali? Sistemi di difesa? Missili ipersonici o anti-nave? Nessuno lo sa.
Quello che sappiamo, però, è che la Cina non improvvisa.
Ogni mossa è calcolata in anni, non in giorni.
L’Iran è un partner logistico, energetico e strategico per la Cina.
È il cuore del corridoio meridionale della “Belt and Road Initiative”.
È la fonte del petrolio e del gas necessari per alimentare la seconda economia mondiale.
E allora, quei voli Boeing 747 non erano un errore. Cosa potrebbero aver trasportato?
... Oltre ai già citati missili, forse sofisticati sistemi radar, forse droni stealth, forse persino asset elettronici per disturbare le comunicazioni israeliane o statunitensi.
E al ritorno?
È lecito immaginare che abbiano evacuato personale cinese, ma anche inserito sul campo asset umani strategici.
Cosa succederebbe se l’Iran decidesse di chiudere lo Stretto di Hormuz?
Ricordiamolo: oltre il 30% del petrolio mondiale passa da lì.
Una mossa simile intrappolerebbe la Quinta Flotta americana, che si troverebbe in acque poco profonde, impossibili da proteggere via sommergibili. Sarebbe un colpo da KO al sistema energetico globale: il barile schizzerebbe ben oltre i 150 dollari, forse verso i 200, mentre il gas liquido del Qatar resterebbe bloccato nei porti.
Un incubo per l’Europa, una catastrofe per gli USA, un suicidio per la stessa Cina.
Ma anche un’occasione.
Perché in quel momento, Pechino potrebbe giocare la sua carta finale: Una no-fly zone sopra l’Iran. Un atto senza precedenti, che paralizzerebbe le operazioni americane, silenzierebbe i missili iraniani, e obbligherebbe Israele a sedersi a un tavolo.
Un tavolo presieduto da Pechino. Un trionfo simbolico per la nuova potenza egemone.
In questo scenario, Xi Jinping non diventerebbe solo il mediatore della pace: diventerebbe il garante dell’ordine mondiale.
Gli USA, esclusi e impotenti. L’Europa, afasica come sempre. Israele, domato. L’Iran, rafforzato. E la Cina, al centro.
Non è detto che tutto questo accada. Ma oggi, per la prima volta, possiamo dire che è possibile.
E forse – alla luce delle stragi di Gaza, della distruzione dell’ordine internazionale, e del collasso dell’autorità morale americana – auspicabile.
17 giugno 2025